Per Cristo o no? Una linea di demarcazione che oggi non possiamo più eludere
Per molto tempo abbiamo imparato a distinguere le chiese in base alla loro confessione: cattolica, protestante, ortodossa. A queste si aggiungeva il mondo anglicano, che soprattutto dal punto di vista cattolico romano si collocava spesso in una zona grigia: troppo cattolico per essere protestante, troppo protestante per essere cattolico. Erano categorie chiare e rassicuranti. Ci dicevano chi eravamo «noi» e chi erano «gli altri».
Di Elisabetta Tisi
Vecchie mappe della fede
Con il tempo, però, queste distinzioni hanno cominciato a sgretolarsi. Non erano più sufficienti. Al loro posto è subentrata una nuova mappa: chiese progressiste e chiese conservatrici. Da una parte c’erano comunità aperte all’ordinazione delle donne, al dialogo con la società odierna, alle questioni provenienti dalla scienza, dalla cultura e dai movimenti per i diritti civili. Dall’altro lato, le Chiese che si attenevano a un’interpretazione più rigorosa della tradizione e spesso si concentravano maggiormente sulla salvaguardia dell’ordine interno piuttosto che sull’ascolto del mondo. Anche questa distinzione ha funzionato per un certo periodo. Ci ha aiutato a orientarci. Oggi, però, anche questo schema non regge più.
Un mondo ferito
Perché il mondo in cui vivono le Chiese non è semplicemente «moderno» o «postmoderno». È profondamente ferito. Un mondo in cui la giustizia viene spudoratamente calpestata, in cui chi prega viene incarcerato, chi è ferito viene ucciso e chi difende la propria terra viene schiacciato da interessi economici più grandi di lui. Territori sfruttati, popoli senza voce, leggi soggette alla volontà dei più forti. Un mondo in cui la violenza è diventata la strategia principale.
In questo contesto, la domanda non può più essere semplicemente: a quale confessione appartieni? Oppure: sei progressista o conservatore? La domanda centrale del cristianesimo oggi è: sei per Cristo – o no?
Perché Gesù di Nazareth non ha mai promesso ai suoi discepoli sicurezza, potere o vittoria politica. Non ha rovesciato Roma. Non ha organizzato una rivolta. In un certo senso, ha sorriso a Roma. L’ha vista per quello che era: effimera, fugace, dura, esigente, tirannica – eppure destinata a scomparire.
Questo è ciò che ogni potere arrogante, ogni tiranno infantile e ogni sistema che si crede eterno non riesce a sopportare: l’idea della propria insignificanza. La consapevolezza che la storia non gli appartiene. Che non è il centro del mondo.
Fedeltà a Cristo nel caos
Gesù non ha combattuto l’Impero con le armi dell’Impero. Ha fatto qualcosa di più radicale: ha vissuto come se l’Impero non fosse Dio. Ha guarito, toccato, mangiato con coloro che non contavano nulla. Ha detto che i primi possono diventare gli ultimi e che gli ultimi, in modo misterioso, sono già in testa. Ha parlato di un regno che non corrisponde a nessun confine e a nessuna bandiera.
Il Vangelo non ci promette di «mettere ordine» nel mondo. Ma ci dona qualcosa di altrettanto necessario: una visione chiara. Una luce che ci aiuta a vedere e a discernere. A non confondere il bene con l’utile, con l’ideologia o con il successo.
In tempi di caos, la tentazione di lasciarsi contagiare è grande: dalla violenza, dalla rabbia, dalla paura e dal cinismo. Di reagire con la stessa logica che in realtà vorremmo criticare. Il Vangelo ci invita a una fedeltà diversa: restare saldi in Cristo, affinché il caos che ci circonda non diventi caos dentro di noi.
E forse è proprio qui che oggi passa la linea di demarcazione decisiva tra le Chiese. Non tra vecchie etichette confessionali, né tra progresso e conservazione. Passa tra comunità che decidono concretamente di schierarsi dalla parte della vita, della dignità e della giustizia – anche se questo ha un costo – e comunità che preferiscono conformarsi, tacere e proteggersi.
Per Cristo o no.
È una domanda semplice. E incredibilmente impegnativa.