Una santa caduta nell’oblio: chi ha paura di Santa Tecla?
Ogni anno, nella festa di Santa Tecla, nel Duomo di Milano si celebra un rito antico. Ma dietro la luce tremolante del candelabro si nasconde la storia di una donna che un tempo superò i limiti del suo tempo e la cui memoria ancora oggi sfida la Chiesa.
Di Elisabetta Tisi
Alla fine di settembre, in occasione della festa della santa martire Tecla, patrona della comunità cattedrale, nel Duomo di Milano si svolge uno dei riti più suggestivi della liturgia ambrosiana: il rito del faro, durante il quale all’ingresso del presbiterio viene appesa una grande sfera di bambagia. Al termine della prima processione e del tradizionale canto dei dodici Kyrie Eleison, il celebrante accende la sfera con l’aiuto di tre candele prima di entrare nel presbiterio.
Questa usanza risale a una tradizione del VII secolo: durante le celebrazioni più importanti veniva acceso il “Pharus”, una sorta di lampadario composto da una serie di luci sormontate da un anello di bambagia. Bruciando, questo trasmetteva il fuoco alle singole lampade. Tutto ciò simboleggiava il trionfo e la gloria dei martiri.
Ma perché questa celebrazione ha una tradizione così importante a Milano? Esistono diverse interpretazioni scientifiche, ma la più diffusa fa riferimento al sacrificio della vita della martire Tecla.
Chi è Tecla?
Il culto di Santa Tecla è documentato già dalla fine del II secolo e si è diffuso in modo straordinario sia in Oriente che in Occidente. Le Chiese ortodosse e greco-cattoliche la definiscono megalo-martire, ovvero la prima grande donna cristiana che subì il martirio. Tecla è infatti la controparte femminile di Stefano, il primissimo martire cristiano. Ma perché la storia e la devozione popolare non le hanno attribuito la stessa importanza? Eppure è proprio lei la santa più anticamente venerata, anche se dal punto di vista storico non si sa molto della sua vita.
Secondo il testo apocrifo (non riconosciuto dal canone) degli Atti degli Apostoli di Paolo e Tecla, sarebbe stata convertita al cristianesimo da Paolo a Iconio, l’odierna Konya. Dal testo emerge una donna insolita per l’epoca, indipendente, a tratti rivoluzionaria e sovversiva. Nella Chiesa primitiva Tecla era considerata un’eroina e un modello da seguire, che sfuggiva alle norme sociali dell’Impero Romano e, nonostante le persecuzioni, decideva di seguire gli insegnamenti dell’apostolo Paolo.
Tecla era infatti una bellissima giovane donna, fidanzata con un uomo molto rispettato.
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