Header

Hauptnavigation

«La conformità non è un sacramento.» – Perché essere felici quando si può essere normali

christkatholisch-warum-gluecklich-sein-elisabetta-tisi
La presenza di Dio non si manifesta nell'ordine, ma nell'amore vissuto. Foto: Alamy

Molte chiese predicano amore e libertà – eppure premiano l’adattamento e la conformità. Tra linee guida morali e aspettative tacite si è affermato un ideale non dichiarato: essere normali. Ma il Vangelo racconta una storia diversa. Non è un invito all’ordine, ma alla vitalità.

Di Elisabetta Tisi

«Perché essere felici quando si può essere normali» non è solo il titolo di un libro di Jeanette Winterson. È diventato da tempo uno dei principi guida non scritti, ma più frequentemente praticati, del cristianesimo istituzionale. Un motto silenzioso che si ritrova nella catechesi, nelle omelie, nei documenti e nelle linee guida morali: non importa come vivi – l’importante è che tu corrisponda alla norma.

La confusione tra fede e normalità

Troppe chiese hanno elevato la normalità a valore teologico. Una famiglia «perbene», ruoli chiari, corpi disciplinati, desideri controllati, domande ridotte al minimo. Chi si adatta viene accolto. Chi va oltre viene corretto, tollerato o escluso con gentilezza pastorale. Nasce così una teologia dell’ordine – non del Vangelo. Perché il cristianesimo non serve a rendere le persone normali. Serve a renderle vive.

Gesù e l’imposizione della libertà

Gesù non fonda una comunità rispettabile. La sua comunità è, a ben vedere, piuttosto imbarazzante. Un rabbino non sposato, senza possedimenti, senza un futuro sicuro. Un gruppo che condivide i propri beni – allora come oggi un gesto sovversivo – e che supera sistematicamente i confini tra puro e impuro.

Gesù tocca pubblicamente ciò che è considerato impuro: lebbrosi, donne con emorragie, morti. Infrange il sabato e il digiuno quando diventano strumenti di controllo. Non chiede prima se una regola sia corretta, ma antepone la vita alla norma. Sempre.

Ma soprattutto infrange l’ordine dei generi. Donne e uomini lo seguono, vengono chiamati, istruiti e inviati. Nel Vangelo di Luca è la profetessa Anna la prima a parlare pubblicamente di lui. Nel Vangelo di Giovanni è una samaritana a cui egli si rivela come Messia – e che porta il messaggio nella sua città.

Le donne annunciano la risurrezione, guidano comunità domestiche, parlano in pubblico. Il battesimo non fa alcuna differenza. Il rito di accoglienza è lo stesso. Paolo dovrà ricordarlo in seguito: «Non c’è più né uomo né donna». Non è una teoria, ma la realtà vissuta dalla Chiesa primitiva.

È proprio questo che molte Chiese trovano difficile ancora oggi: il Vangelo destabilizza i ruoli. Mette in discussione ordini apparentemente naturali. Non benedice la normalità, ma smaschera il conformismo che si nasconde sotto di essa.

La pericolosa felicità del Vangelo

E poi c’è lo scandalo più grande: la felicità. Le Beatitudini non sono un codice morale. Sono una promessa radicale: beati voi. Felici siete voi. Proprio voi – i poveri, gli affamati, coloro che piangono, i perseguitati. Non gli adattati, ma coloro che non riescono a sottomettersi a un mondo ingiusto.

Il messaggio non è: soffrite ora e sarete ricompensati in seguito. È: Dio è dalla vostra parte adesso. Per una Chiesa che ha bisogno di ordine, questo è difficile da sopportare. Perché una persona che è felice senza essere normale non è facile da governare. Una persona che è beata senza avere il permesso è pericolosa.

Una comunità plasmata dallo Spirito e non dalla paura non si lascia controllare facilmente.

Per questo molte Chiese parlano di amore e praticano la disciplina. Parlano di misericordia ed esigono conformità. Predicano l’adattamento invece del Vangelo. Si tratta meno di una decisione teologica che di una decisione politica: proteggere l’esistente – anche se ferisce le persone.

Eppure il cristianesimo è nato come un disturbo permanente. Come un corpo estraneo. Come un’imposizione. Come promessa di una vita in pienezza che non si lascia comprimere in norme. La domanda quindi non è se il mondo capisca ancora la Chiesa. La domanda è se la Chiesa abbia ancora il coraggio di non essere normale.

Possiamo ritrovare questo coraggio. Possiamo smettere di pretendere che le persone cambino prima di essere amate. Possiamo smettere di usare Dio per difendere strutture che hanno paura della libertà. Possiamo dire di nuovo: tu – proprio tu, che non corrispondi alla norma – puoi essere felice. Beato. Beato. Questo è il Vangelo. Tutto il resto è gestione dell’ordine.

Why Be Happy When You Could Be Normal?
Jeanette Winterson
Editore Vermilion 2012
ISBN 978-0-09-955609-1