Lettera pastorale del vescovo Frank Bangerter
Alle cattoliche cristiane e ai cattolici cristiani
Care sorelle e cari fratelli in Cristo
«Lasciatevi riconciliare con Dio!»
(2 Cor 5,20)
Da quando ho assunto il mio ministero di vescovo e posso percorrere regolarmente la nostra diocesi in tutte le direzioni, vedo molte cose che mi colmano di profonda gratitudine. Incontro persone che vivono la loro fede con una fedeltà impressionante, sperimento la celebrazione della liturgia come fonte di forza e percepisco l’enorme impegno presente nelle nostre comunità. I nostri edifici imponenti e il suono familiare delle campane testimoniano una lunga storia di speranza.
Ma quando guardo più da vicino, quando non mi limito alle facciate, bensì osservo i volti delle persone e le file dei banchi nelle chiese, vedo anche ciò che fa male: vedo i posti vuoti. E non intendo qui il vuoto come semplice risultato del disinteresse o del cambiamento generale della società. Spesso esso è piuttosto il testimone silenzioso di fratture. Ci sono persone che un tempo erano il «cuore e l’anima» di una comunità, di un progetto o di un’iniziativa e che oggi mancano, perché non sono mai state espresse ferite, perché incomprensioni tra generazioni si sono trasformate in distanze, oppure perché le ferite inflitte da noi preti nella nostra cura pastorale sono state profonde. Sono ferite che si sono cicatrizzate, ma che sotto la superficie continuano a provocare un dolore sordo.
In molti colloqui personali avverto quanto ciò che non è riconciliato paralizzi alcuni di noi come un peso gravoso. Spesso facciamo finta di nulla, manteniamo le apparenze, ma la spontaneità è andata perduta. Ci incontriamo facendo la spesa e distogliamo discretamente lo sguardo. Evitiamo certi luoghi, incontri o incarichi di volontariato perché «ci sono anche gli altri». È come se portassimo nello zaino invisibile della nostra vita delle pietre che ci tolgono il respiro e che avremmo potuto deporre già da tempo. Questo peso ci impedisce di essere, con cuore leggero, testimoni di quella libertà che Cristo ci ha promesso.
Il tempo di Quaresima ci invita a rallentare. Non è un tempo di meri esercizi di rinuncia, ma una vera e propria «scuola dello sguardo». Vuole donarci il coraggio di guardare con onestà ciò che ci sostiene, ma anche ciò che ci appesantisce e che si frappone tra noi. Quest’anno desidero invitarvi a percorrere insieme a me una via antica quanto la stessa storia della salvezza: la via della riconciliazione.
Rischio dell’incontro
La riconciliazione non è un appello morale astratto. Ha un volto, una storia e spesso un inizio molto difficile, quasi doloroso. La Sacra Scrittura ci offre a questo proposito un racconto di incomparabile profondità umana: l’incontro tra i fratelli Giacobbe ed Esaù (Gen 32–33).
Giacobbe aveva ingannato suo fratello, si era appropriato della benedizione del padre ed era fuggito in terra straniera. Decenni di silenzio e di distanza geografica non avevano sanato l’ingiustizia. Quando giunge il giorno del ritorno, Giacobbe non è un vincitore trionfante. È un uomo raggiunto dal proprio passato. La paura è scritta sul suo volto. Non sa se l’incontro porterà vendetta o perdono.
Nella notte che precede l’incontro, solo presso il fiume Iabbok, Giacobbe lotta. Non combatte soltanto con un avversario misterioso, ma lotta con la propria coscienza e con Dio stesso. Questa lotta mostra che la vera riconciliazione è un lavoro. È un combattimento interiore che ci conduce ai limiti delle nostre forze. Dobbiamo reggere lo sguardo su noi stessi e sui nostri errori prima di poterci presentare davanti all’altro. Giacobbe prosegue infine il suo cammino, non più come l’ingannatore superbo, ma come un uomo segnato, zoppicante, in tutta la sua vulnerabilità.
Ed ecco che accade l’imprevisto, il «miracolo della riconciliazione»:

«Esaù gli corse incontro, lo abbracciò,
gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.»
(Gen 33,4)
In quel momento non contano più i calcoli giuridici delle colpe passate. Non ci sono più giustificazioni, ma solo la vicinanza, le lacrime e l’umanità nuda. La riconciliazione avviene perché qualcuno ha il coraggio di guardare di nuovo l’altro in volto, con cuore aperto. Rimane un rischio, sì. Ma è un rischio che apre uno spazio in cui la vita può tornare a scorrere. Giacobbe riconosce nel volto di suo fratello il volto di Dio. Questa è la profondità spirituale della riconciliazione: quando facciamo pace con il prossimo, incontriamo Dio in un modo che spesso non è possibile nella sola preghiera.
Ci domandiamo oggi in modo molto concreto: Chi è la persona di fronte al cui sguardo ci sottraiamo? Dove ci siamo rifugiati nella fortezza della nostra autosufficienza? Giacobbe ci insegna che possiamo andare a Dio con la nostra paura, per poi osare il passo liberante verso l’altro.
Radicalità dell’amore
Molti di noi si impegnano sinceramente in una vita spirituale. Tuttavia Gesù, nel discorso della montagna, ci pone davanti a una sfida che illumina sotto una nuova luce tutto il nostro agire religioso:

«Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.»
(Mt 5,23–24)
Questa parola è di una radicalità sconvolgente: il culto può – anzi deve – attendere! L’azione più santa che conosciamo come Chiesa diventa secondaria finché un muro insormontabile ci separa dal prossimo. Dio non desidera un’obbedienza rituale quando nei nostri cuori regna il gelo del rancore. Non vuole canti armoniosi se, nello stesso tempo, giudichiamo nostro fratello o nostra sorella.
Un dettaglio è decisivo: Gesù non dice «Va’ se sei colpevole». Dice: «Se ti accorgi che l’altro ha qualcosa contro di te». Ci rende responsabili del primo passo, indipendentemente da chi abbia iniziato o da chi abbia «in quale percentuale» torto. La riconciliazione è un anticipo d’amore che non attende le scuse dell’altro.
Digiunare veramente quest’anno potrebbe significare rinunciare alla comodità del silenzio. Significa avere il coraggio di affrontare quei temi che da anni abbiamo nascosto sotto il tappeto. Se noi, come battezzati, non troviamo questo coraggio, chi lo troverà in una società sempre più segnata dalla polarizzazione e dal conflitto senza riconciliazione?
Forse questo tempo di Quaresima è il momento di una telefonata, di un breve messaggio o di quella frase semplice ma capace di cambiare tutto: «Penso spesso a ciò che è accaduto tra noi, e mi dispiace. Non vorrei che rimanesse così.» Non dobbiamo diventare subito di nuovo i più intimi confidenti, ma possiamo smettere di toglierci a vicenda l’aria per respirare. Possiamo donarci la libertà di stare di nuovo, come sorelle e fratelli, nello stesso luogo.
Fondamento che sostiene
Perché chiedo questo a voi e a me stesso? Non perché voglia essere un maestro morale in quanto vescovo, ma perché la riconciliazione è il cuore stesso dell’esistenza cristiana. L’apostolo Paolo ci conduce, nella Seconda Lettera ai Corinzi, al centro teologico di questa realtà:

«Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.»
(2 Cor 5,18–19)
Non dobbiamo «inventare» la riconciliazione con le nostre sole forze. Attingiamo a una sorgente che già trabocca. All’inizio non c’è il nostro sforzo, ma l’iniziativa travolgente di Dio verso di noi. In Cristo, Dio ha compiuto il primo passo verso di noi quando eravamo ancora lontani. Non fa i conti. Non ci definisce a partire dai nostri fallimenti.
Quando guardiamo al Signore, vediamo le braccia aperte di Dio che superano ogni ostacolo tra il Creatore e la creatura, e tra gli esseri umani. Per questo la nostra Chiesa dovrebbe essere come una locanda della misericordia. Immaginiamo questa locanda:
È un luogo dove si bussa dopo un cammino faticoso, dopo la tempesta e la stanchezza. Non si viene interrogati anzitutto sul proprio rango, sul successo o su un curriculum senza macchia. Nella locanda della misericordia si riceve un posto vicino al fuoco, una parola di consolazione e il tempo necessario per guarire. Se come diocesi diventiamo capaci di essere questa locanda accogliente, dove ci si guarda con gli occhi di Cristo, allora diventeremo un faro in un mondo che rischia spesso di spezzarsi sotto il peso della non riconciliazione. Cristo stesso è l’oste che ci mostra che l’amore è più forte di ogni ferita.
Cammino di guarigione
Care sorelle, cari fratelli, lo so: alcune ferite sono così profonde da aver avvelenato l’intero sentimento della vita. Ci sono cose che non si possono semplicemente «riparare». Ci sono cicatrici che rimarranno fino al giorno in cui staremo davanti a Dio. Ma una cicatrice è tessuto guarito: non fa più male a ogni contatto.
Desidero invitarvi a vivere questo tempo di Quaresima come un cammino di liberazione interiore:
Dare un nome con verità: La guarigione comincia dalla verità. Fermiamoci e diciamo davanti a Dio: «C’è qualcosa in me che ha bisogno di guarigione. C’è del rancore che non riesco a lasciare andare.» Diamo un nome alla ferita, davanti a noi stessi e davanti a Dio.
Guarire la memoria: Preghiamo per quelle persone il cui nome forse non riusciamo nemmeno a pronunciare senza un sussulto interiore. Affidiamo i ricordi dolorosi alla misericordia di Dio.
L’umiltà del primo passo: Esaminiamo, in un momento di silenzio, dove siamo stati, come singoli o come comunità, poco amorevoli, arroganti o indifferenti. Concedici di avere la grandezza d’animo di chiedere perdono là dove abbiamo spezzato i ponti.
La pazienza con se stessi: La riconciliazione è un processo, non un pulsante da premere. Richiede tempo. Ci sono passi che possiamo compiere oggi e altri che potremo fare solo tra mesi. Entrambi hanno valore agli occhi di Dio. Ciò che conta è mantenere la direzione e non chiudere il cuore.
Camminiamo insieme verso la festa di Pasqua. Pasqua è la conferma definitiva che la vita vince sulla morte, la luce sulle tenebre e la riconciliazione su ogni divisione. Contribuiamo a fare della nostra diocesi un luogo in cui ci si possa guardare sempre apertamente negli occhi, nella consapevolezza che siamo tutti apprendisti sul cammino della pace e che Cristo ci ama tutti allo stesso modo.
Vi ringrazio per tutto il bene che operate nelle nostre comunità. Vi accompagno in questo cammino quaresimale con la mia preghiera e con la mia benedizione quotidiana.
Nella communione di Cristo
Vostro
Vescovo Frank Bangerter

Preghiera di riconciliazione
Signore Gesù Cristo
Tu sei il nostro ponte su tutto ciò che ci separa gli uni dagli altri. Ti presentiamo ciò che è spezzato in noi e tra di noi. Ti affidiamo le parole dure che risuonano ancora dentro di noi e il silenzio pesante che ci isola gli uni dagli altri.
Guarisci i ricordi che ancora oggi ci fanno soffrire. Sciogli i nodi dell’amarezza nei nostri cuori. Donaci il coraggio di compiere quel primo passo, senza attendere che l’altro cambi.
Rendi la nostra Chiesa una locanda della misericordia, un luogo in cui chiunque cerchi guarigione sia accolto. Concedici l’umiltà di chiedere perdono e l’ampiezza del cuore per donare il perdono, affinché, come persone riconciliate, possiamo camminare verso la tua Pasqua.
Amen.