Figli della camera nuziale: riflessione sul sacramento del matrimonio

Come avete potuto leggere nel numero precedente, sono stati proposti anche altri modelli di riferimento per il matrimonio cristiano che non siano Cristo, lo sposo e la Chiesa, sua sposa per evitare un modello patriarcale che riproponga una disparità tra i coniugi. Ed ecco allora che qualcuno sceglie i brani che parlano del re David e di Gionata, altri il testo di Ruth, molto bello con una bellissima affermazione di dedizione e amore da parte di Ruth verso Noemi… Trovo però che l’unico modello calzante sia da cercare nelle parole di Gesù di Nazareth. È lui la parola di Dio fattasi umano. Perché non cercare nelle sue parole il senso di questo sacramento?
Gesù, rompendo ogni schema e dando scandalo afferma in Mt 9, 15: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro?”. In realtà, nell ‘or iginale greco è scritto letteralmente: Possono forse i figli della camera nuziale fare il lutto per quanto tempo sia con loro lo sposo? Non ci sono invitati ma figli e non si parla di nozze ma proprio della camera nuziale. Lo Sposo è uno solo: che Gesù parlasse di sé come lo Sposo era uno scandalo poiché nelle Scritture Dio stesso si paragonava allo sposo. Ma soprattutto essere figli della camera nuziale spiritualmente è qualcosa di inaudito. Cosa significa? In tutta questa riflessione mi faccio guidare da Stefano Sodaro, che ha suggerito questa visione, e dalle sue stesse parole.
Stiamo tutti, tutte, dentro una camera nuziale cosmica. Ma non siamo noi gli sposi. Siamo i figli di questo Amore. Siamo dentro un vortice d’amore tra Figli della camera nuziale: riflessione sul sacramento del matrimonio Persone divine, frutto di questo amore e dentro un amore comunicato e da comunicare. Allora saltano confini e ruoli.
I desideri sono benedetti quando non sono volontà di possesso mascherate.
Allora va tutto bene. Basta che sia amore.
L’importante è non escludere nessun*, nessuno, nessuna, dai figli della camera nuziale.
Non cerchiamo allora un modello dove ci siano due coniugi perché non è così la realtà.
Vi è un unico Amore che vuole unirsi ed esprimersi in Cristo e, in lui, in noi.
La sponsalità di Dio Trinità come contenuto proprio del sacramento del matrimonio è a mio parere la chiave.
Questa sponsalità divina, alla luce dell’Incarnazione, diventa tangibile, scende dai cieli irraggiungibili e riguarda ogni carne, ogni storia concreta, ogni fame di comunione, di piacere, di appagamento, di gioia.
Come il Battesimo sancisce e celebra ciò che già siamo, figli nel Figlio poiché da sempre viviamo in Dio poiché nulla esiste al di fuori di lui, così il matrimonio diviene la celebrazione di ciò che è da sempre: un desiderio di Amore che vuole comunicarsi.
Vi è un matrimonio cosmico al quale partecipare, a cui i mistici ci richiamano sempre.
E a questo matrimonio qualcuno è escluso?
Questo desiderio di unione divina, così testimoniato pubblicamente nel sacramento dell’amore benedetto, riguarda, a ben pensarci, ognuno di noi, qualunque sia la propria condizione. Scrive infatti Sodaro:
“Il problema è che questo “matrimonio universale” che tutto abbraccia, include, e niente lascia fuori, è considerato una specie di delirio psicopatico.
Con il sole caldo che mi abbraccia oggi non vorrei forse sposarmi?
Non vorrei unirmi al canto dei merli e dei passeri qui, nella corte della mia casa vecchia di duecento anni?
Non vorrei sposare le albicocche e le ciliegie ancora rosseggianti e carnose?
E le stelle di notte, quando comincia l’estate, sfolgoranti a milioni, non vorrei sposarle ed anch’io chiamarle una ad una per nome come fa Dio, pazzamente innamorato?
E non vorrei sentirmi tutt’uno con il mare che mi invita ad abbracciarlo?
E i boschi? Non vorrei sentire nelle mie mani, sul mio corpo, tra i miei capelli, dentro di me il profumo di quel verde immenso e tenero, declinato con sfumature infinite?
E la toccata e fuga in re minore di Bach non vor rei far la mia, sposare anch’essa?
E non vorrei sposare anziani abbandonati, vedove dimenticate, innamorate deluse?
Sposare mica vuol dire semplicemente avere relazioni sessuali. Sposare è assumere in sé, fare spazio.
E dunque tutti possono sposare tutti. Terribile eresia.
Eccoci qui. Il contrario della morte non è la vita. Il contrario della morte è l’amore. Solo che la morte è
dovunque, mentre l’amore è proibito.
Liberiamolo dunque. Sposiamoci.
Diventiamo mariti, mogli, padri, madri. Gli uni degli altri.
(da riflessioni di Stefano Sodaro)